Da Dio al Mercato: 6. La parte maledetta

di Alessandro Freddi

(segue: 5. I tre ordini del mondo)

Domenica sera. Settantamila persone in uno stadio. La curva canta, la folla esulta, qualcuno piange. Per due ore il mondo fuori non esiste: solo il campo, il coro, la scarica di adrenalina collettiva. Poi il fischio finale. Si torna a casa. Il lunedì è già lì ad aspettare.

Quella sensazione — aver partecipato a qualcosa di più grande di sé, e averla già persa — non è casuale. Le società umane hanno sempre avuto bisogno di feste: non come svago, non come pausa dal lavoro, ma come necessità strutturale. Come valvola di sfogo cosmico. E il Capitalismo, silenziosamente, l’ha smontata.

Il problema che l’economia non vede

Georges Bataille (bibliotecario, mistico ateo, uno degli intellettuali più scomodi del Novecento, a lungo ignorato e poi riscoperto) pubblicò nel 1949 un saggio destinato a cambiare il modo in cui pensiamo all’economia: La parte maledetta.

La premessa è semplice e radicale insieme: ogni sistema vivente riceve dall’esterno più energia di quanta ne possa consumare per sopravvivere. Il sole riversa sulla Terra un’energia enormemente superiore al necessario. Questo surplus non può essere trattenuto. Deve essere dissipato.

Il problema fondamentale di ogni economia non è la scarsità, come l’economia classica ha sempre supposto. È l’abbondanza. Non come gestire la mancanza, ma come gestire l’eccesso.

Le due risposte storiche

Le civiltà umane hanno risposto in due modi.

Il primo è la crescita: il surplus si reinveste, l’economia si espande, si produce nuova complessità. È la risposta Capitalista. Funziona, ma solo fino a un certo punto. Ogni sistema ha limiti fisici. E il surplus che non viene assorbito dalla crescita deve comunque andare da qualche parte.

Il secondo è la dépense: la spesa improduttiva, la distruzione gloriosa, la dissipazione collettiva. La festa, il lusso, il banchetto. Ciò che non si può reinvestire, si brucia.

E bruciare non è sprecare. È l’unico modo per mantenere l’equilibrio.

Bataille porta come esempio le cattedrali gotiche: nessun ritorno sull’investimento, nessuna utilità produttiva misurabile. Puro spreco, dal punto di vista del Mercato. Ma era esattamente ciò che la società medievale richiedeva per mantenersi in equilibrio: il modo in cui l’eccedenza veniva restituita al cielo.

Il potlatch dei Kwakiutl della costa nord-occidentale americana era una cerimonia in cui un capo distribuiva o distruggeva grandi quantità di ricchezza di fronte ai rivali: coperte donate, canoe spezzate, cibo bruciato. Il capo che si era impoverito più spettacolarmente era il capo più potente.

Non si tratta di rimpiangere queste pratiche. Si tratta di capire la logica che le sottendeva.

L’eccedenza non si elimina. Si gestisce.

L’errore cosmologico del Capitalismo

Il Capitalismo pretende di abolire la parte maledetta. Pretende che tutto il surplus possa essere reinvestito nella crescita, che la festa sia solo un’interruzione temporanea della produzione, che il Mercato assorba tutto.

Questo errore non è solo teorico. È pericoloso.

L’energia che non viene scaricata attraverso la festa e le forme collettive di dissipazione si accumula. Nelle tensioni sociali che nessuna crescita economica riesce ad assorbire. Nelle rivalità nazionali che nessun commercio riesce a pacificare. E quando raggiunge un livello critico, trova sbocchi catastrofici: la guerra mondiale, il genocidio, la crisi finanziaria.

Bataille scriveva nel 1949. Aveva visto la Prima guerra mondiale, il fascismo, Hiroshima. Le due guerre mondiali non erano anomalie del Capitalismo: erano la sua parte maledetta che trovava sfogo. L’energia che il Mercato non riusciva ad assorbire aveva trovato il proprio potlatch: non nella forma collettiva e controllata del banchetto, ma in quella catastrofica e incontrollata della guerra totale.

La crisi del 2008 risponde alla stessa logica: l’eccedenza di capitale accumulata in strumenti finanziari astratti e instabili, fino al collasso.

E il Covid-19, con la sua capacità di fermare simultaneamente l’intera macchina produttiva globale, può essere letto nello stesso registro: non come anomalia esterna, ma come la parte maledetta che impone dall’esterno la sosta che il sistema non era più capace di concedersi dall’interno.

La parte maledetta si vendica sempre. La domanda è solo come.

Il concerto non è un potlatch

Qui il lettore potrebbe obiettare: le feste esistono ancora. Uno stadio pieno, un concerto, una serata in discoteca non sono forse dissipazione collettiva?

Sì. Ma con una differenza che cambia tutto.

Nel potlatch la ricchezza scompare. Nel concerto la ricchezza cambia mano.

Nel potlatch il capo si impoverisce davvero: la ricchezza esce dalla circolazione, bruciata, distrutta, donata senza restituzione. Nel concerto di Taylor Swift centinaia di milioni di dollari, energia collettiva scaricata in uno stadio, chi si impoverisce? Il fan che ha pagato il biglietto. Chi si arricchisce? Taylor Swift, Live Nation, Spotify, il proprietario dello stadio.

La forma è quella della festa. La sostanza è quella del Mercato.

Il calcio funziona allo stesso modo. Il tifoso vive un’emozione collettiva autentica: la curva che canta, il gol, il senso di appartenenza. Ma quella scarica è stata progettata, confezionata e venduta. I diritti televisivi, le maglie, i biglietti, le scommesse — tutto l’ecosistema economico attorno alla partita trasforma la dissipazione in estrazione.

Chi si impoverisce davvero, oggi, quando festeggiamo?

Questa è la mossa più sottile del Capitalismo: non abolire la festa, ma addomesticarla. Lasciare la forma — lo stadio pieno, la musica a tutto volume, la folla che esulta — e svuotarla della sostanza. La dissipazione collettiva diventa prodotto. Il tifoso che torna a casa, scarico emotivamente, svuotato economicamente, ha già dato tutto. Ha comprato un’esperienza, e l’obbligo si è esaurito con essa. Non resta nessun legame aperto, nessun debito reciproco, nessuna comunità da onorare il giorno dopo.

Cosa abbiamo perso, e cosa potrebbe tornare

Si perde la consapevolezza che l’eccedenza esiste. Il Capitalismo è una macchina per rendere invisibile la parte maledetta, per convincere che ogni surplus può essere reinvestito, che la crescita non ha limiti. Quando quella macchina si inceppa, si scopre che le civiltà antiche avevano ragione: l’eccedenza non si elimina, si gestisce.

Si perde la dimensione collettiva del consumo, l’idea che dissipare insieme possa essere un atto socialmente necessario, non un fallimento economico.

Si perde il legame tra la festa e la comunità. La dissipazione collettiva non era un atto individuale, era un atto che creava e rinnovava i legami sociali. Quando la festa sopravvive solo come prodotto da consumare, quella dimensione si dissolve.

Rimane il tifo. Non rimane la tribù.

Con un’eccezione, forse. Le curve ultras italiane conservano qualcosa di antropologicamente antico: appartenenza territoriale, gerarchia interna, obblighi reciproci, riti collettivi. Non è tifo da consumatore: è identità nel senso tribale del termine. La curva non si abbandona quando la squadra perde. Il consumatore sì. Ma quella tribù sopravvive ai margini del sistema, non al suo centro. E il Mercato la circonda, la monetizza, la trasmette in pay-per-view: ma non riesce a produrla.

La parte maledetta non è scomparsa: si è spostata. Dalla dissipazione collettiva alla pressione individuale. L’eccedenza che prima si bruciava nella festa ora si accumula nell’ansia, nel debito perpetuo verso il Capitale, nella colpa del debitore insolvente, nell’inadeguatezza permanente di chi non riesce mai a tenere il passo.

Se la dissipazione è una necessità sociale, la domanda non è se tornerà. È in quale forma. E se sarà scelta, o subita.

(segue)

Fonti

  • Bataille, Georges, La parte maledetta, Bertani, Verona 1972
  • Debord, Guy, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi, Milano 2002
  • Huizinga, Johan, Homo Ludens, Einaudi, Torino 2002
  • Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino 2002

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